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INTERVISTA A MAURIZIO PUXEDDU
Per gentile concessione del sito web.tiscalinet.it/sonos/intervista-it.htm
Intervista di A.M.Janin a M.Puxeddu

Annamaria Janin conversa con Maurizio Puxeddu
(per The new launeddas - 1999)

1) Come ti sei accostato agli strumenti musicali etnici sardi ed in particolare alle launeddas?

2) La tua esperienza con gli altri strumenti musicali della Sardegna com'è proseguita?

3) Mi sembra di capire che tu sia molto interessato alla didattica e alla divulgazione…

4) Dove sono conservati gli strumenti che tu hai raccolto? Si può andare a visitare l'esposizione?

5) Per chi non conosce le launeddas, vuoi farne una breve descrizione?

6) Che tipo di musica si suona con le launeddas?

7) Puoi spiegare brevemente in che consiste la tua attività di sperimentazione musicale?

8) A questo proposito tu hai fatto un accostamento singolare: ti sei paragonato ad un surfista. Vuoi chiarire meglio?

9) D'altronde non è inconsueto che anche il fattore della casualità si inserisca nella creazione artistica…

10) Perché hai bisogno di contrassegnare i tuoi strumenti con dei numeri?

11) Come pensi verrà accolto questo modo anomalo di utilizzare uno strumento così legato alla tradizione?

12) Perché lo romperai?

13) Sei il primo ad aver intrapreso questa ricerca, nell'ambito di quel più ampio settore di impiego di questo strumento, quello cioè della cosiddetta "musica etnica"?


1) Come ti sei accostato agli strumenti musicali etnici sardi ed in particolare alle launeddas?

Sono sempre stato molto eclettico nei miei percorsi musicali e sin da piccolo subivo il fascino degli strumenti e delle musiche popolari di tutto il mondo. Oltre alla fondamentale formazione di base data dal Conservatorio e successivamente da corsi musicali specialistici esterni, mi sono formato anche compiendo esperienze nel campo della composizione musicale per il teatro, per i documentari, per la danza e per la musica leggera. Il mio avvicinamento alla musica ed agli strumenti tradizionali sardi avvenne nel 1985 grazie ad un lavoro di composizione per il teatro. Si trattava di un recital, "La melagrana spaccata", composto da una serie di poesie i cui autori e tematiche erano tutte sarde. Per musicare e sonorizzare dal vivo lo spettacolo sorse quindi la necessità di usare anche colori e suoni della Sardegna. Mi diedi da fare per scovare informazioni sulla costruzione di strumenti musicali e congegni fonici isolani o rintracciare persone che, acquistandoli, me li potessero fornire. Non fu semplice. Mi furono d'aiuto in questo lavoro le poche pubblicazioni allora disponibili in commercio e nelle biblioteche. Non immaginavo che la Sardegna possedesse un così variegato mondo sonoro ed una tale ricchezza di straordinari strumenti musicali dei quali, in effetti, conoscevo le launeddas e parte del repertorio vocale e strumentale.

Da quel momento in poi, affascinato dal mondo sonoro della mia terra, cominciai un mio percorso di ricerca e di recupero di strumenti, di informazioni sul loro uso e costruzione, conoscenze che successivamente impiegai per la realizzazione di varie colonne sonore per il teatro e per alcuni documentari sulla Sardegna.

Infatti tra il '90 e il '91 composi le musiche per "Eulania di Thalassai", rappresentazione teatrale il cui testo era ispirato ad una leggenda sarda, usando sulittu, bena, percussioni e voci sarde, bottiglie, campanacci, elettronica. Utilizzai anche l'acqua percossa, accarezzata, mossa per creare una musica molto suggestiva per un momento di danza inserito nello spettacolo. Mi divertii tantissimo a registrare quel pezzo anche se dopo le sessioni di registrazione ero sempre completamente fradicio.

Il mio interesse per le launeddas si faceva sempre più grande e nel 1992, per eseguire due brani, CECILIA ed EUGENIA, da me composti per lo spettacolo teatrale "Lintu e pintu", scelsi di superare i limiti imposti dalla tradizione costruttiva creando un nuovo strumento che, contrariamente alla norma, poteva suonare in minore.

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2) La tua esperienza con gli altri strumenti musicali della Sardegna com'è proseguita?

Ho continuato a raccogliere e catalogare strumenti musicali, congegni fonici, giocattoli sonori della Sardegna, acquisendo competenze sulle tecniche di costruzione e di utilizzo. Tutto ciò mi ha permesso di dare vita a due progetti: "AMMENTOS DE SONOS" e "ARREXINI. Il primo consiste in una mostra di strumenti musicali, congegni fonici e giocattoli sonori sardi insieme ad una conferenza dimostrativa, il secondo è un laboratorio di costruzione attraverso il quale gli allievi imparano a ricostruire strumenti musicali e giocattoli sonori tradizionali sardi. Ho portato queste iniziative in numerose scuole elementari e medie confrontandomi con l'incredibile curiosità di migliaia di alunni.

La continua voglia di confrontarmi con l'innovazione e la sperimentazione mi portò nel 1995 a partecipare al progetto "VIBRAZIONI PLASTICHE", basato sull'interazione della musica con la scultura (realizzato nella Torre Aragonese di Ghilarza), dove mi dedicai alla costruzione, con materiali tradizionali e non, di diverse sculture sonore ispirate alle launeddas. Usai tubi di rame cotto, d'ottone, di PVC, di plastica, di alluminio, insieme a materiali naturali come le canne, le zucche, la cera d'api. Alcune di queste sculture sonore avevano forme particolari. SPIRAGIRASONUS, in particolare, si porge nello spazio in forma di spirale tridimensionale. Infilando la testa dentro le spire e soffiando nell'ancia si produce un suono tridimensionale che l'esecutore sente provenire da tutte le parti, in maniera sferica. Oppure TUBEDDAS, costruita con un lunghissimo tubo in PVC ed un'ancia, produce un suono così basso che il nostro orecchio lo percepisce come pulsazioni, quasi ritmo. O ancora GUINNESS, launeddas così grandi da non poter essere suonate. Durante il concerto che concluse la manifestazione, con la formazione musicale ATERUSONUS, costituita per l'occasione, utilizzai le launeddas e alcune delle invenzioni sonore esposte in mostra.

…quell'anno il cantautore Piero Marras volle campionare diversi miei strumenti musicali e congegni fonici sardi. Infatti il suono che apre il suo lavoro discografico "TUMBU" è stato campionato dal suono di uno strumento da me ricostruito, su corru'e boe. In quel CD registrai due parti di launeddas in "Sa 'oghe 'e Maria", un brano dedicato a Maria Carta, e in "B'at una femina".

In luglio dello stesso anno partecipai al "20° Rencontres Internationales de Luthiers et Maitres-Sonneurs", un'importante fiera di costruttori e suonatori di strumenti etnici di tutto il mondo, a SAINT CHARTIER in Francia. Si respirava l'incredibile aria di una festa medievale e del mitico raduno musicale di Woodstock combinati insieme. Gli espositori erano un centinaio, provenienti da diverse parti del mondo, e tutti portavano il loro carico di esperienza e sapienza costruttiva relativa ai paesi di provenienza. Io portai, in rappresentanza della Sardegna, launeddas, benas e sulittu. Molti visitatori non sapevano neanche dove fosse la Sardegna (mi organizzai con una piccola cartina dell'Europa, strappata alla mia agenda, ed una freccia ad indicare la nostra isola). E a tanti anche le launeddas erano sconosciute. Esposte nello stand non dicevano niente, ma quando le suonavo, i visitatori, accalcandosi nelle vicinanze, rimanevano stupiti che da tre canne, alle quali non avrebbero dato quattro soldi, potessero uscire simili suoni. Anche la tecnica della respirazione circolare riscosse tanto successo, a tal punto che dovetti organizzare un mini corso di "fiato continuo" per i musicisti stranieri interessati.

Nel '96, in diversi centri della Sardegna, partecipai alla esecuzione di un brano del compositore sardo Lao Silesu, "RAPSODIA SARDA", in una versione arrangiata e diretta dal M° Giacomo Medas, che prevedeva l'uso delle launeddas, di bena e sulittu, di vari strumenti a percussione sardi al fianco di strumenti "colti" come un flauto traverso ed un'orchestra d'archi. Mi venne affidata l'esecuzione delle parti, segnate sul pentagramma, di tutti gli strumenti sardi.

Durante questi anni naturalmente è proseguita la mia ricerca sugli strumenti etnici sardi, così come le collaborazioni con tanti gruppi musicali e la fittissima attività divulgativa con laboratori, mostre, seminari, conferenze…

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3) Mi sembra di capire che tu sia molto interessato alla didattica e alla divulgazione …

Penso che sia importantissimo far scoprire ai giovani e giovanissimi il valore della cultura sarda, della propria identità. Ma i ragazzi che oggi si accostano alle tradizioni sono abituati a metodi di studio e di comunicazione differenti da quelli tradizionali dell'ascolta e ripeti. Non mi piace insegnare solamente attraverso il metodo della trasmissione "orale", fortemente presente nella tradizione. Credo che il sistema della trasmissione orale vada tenuto in considerazione, nella riscoperta ed analisi dei metodi di trasmissione della conoscenza nella tradizione, e che si possa trarre quanto di buono c'è per integrarlo in sistemi moderni. Io mi sento un tramite. Mi piace trasmettere ai miei allievi quello che apprendo e faccio mio, e cerco di farlo al meglio usando gli strumenti e le tecniche didattiche moderne a mia disposizione.

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4) Dove sono conservati gli strumenti che tu hai raccolto? Si può andare a visitare l'esposizione?

Per ora i frutti del mio lavoro di ricerca sugli strumenti musicali sardi sono conservati in un locale dell'associazione INTERARTES, affidati al Centro di Documentazione Sonora della Sardegna, pronti per essere usati negli allestimenti che spesso realizzo per le Scuole o per i Comuni, per Enti, Associazioni o Proloco. Sono ben conservati in attesa di una felice sistemazione, perché no, definitiva. Per ora infatti la collezione non è offerta al pubblico in quanto l'associazione non possiede uno spazio espositivo.

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5) Per chi non conosce le launeddas, vuoi farne una breve descrizione?

E' uno strumento a fiato popolare ultra millenario costituito da tre canne di diversa misura. La canna più lunga, che produce una nota fissa, un bordone, si chiama tumbu. Al tumbu è legata un'altra canna, la mancosa, che spesso è utilizzata per l'accompagnamento musicale. L'insieme di tumbu e mancosa viene chiamato loba o croba. La terza canna, con la quale si produce la melodia principale, si chiama mancosedda. Sia nella mancosa che nella mancosedda sono intagliate cinque aperture di forma rettangolare; solo quattro di queste, le crais, vengono diteggiate con le dita della mano sinistra, sulla mancosa, e destra sulla mancosedda. La quinta apertura, arrefinu, serve per accordare in maniera "fine", attraverso cera d'api, la nota più grave producibile da ciascuna "canna melodica". Il suono viene prodotto da tre ance battenti intagliate in tre diversi tubicini di canna inseriti nella parte iniziale di tumbu, mancosa e mancosedda.

Il tipico suono continuo, caratteristica comune alla zampogna, alla cornamusa e ad altri strumenti musicali a fiato dell'area mediterranea (come ad es. l'arghul), è permesso dal flusso d'aria ininterrotto che fuoriesce dalla bocca del suonatore, grazie alla tecnica chiamata "respirazione circolare" o "fiato continuo".

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6) Che tipo di musica si suona con le launeddas?

Dipende da chi le suona ed in quale contesto… Nella tradizione lo strumento viene usato per accompagnare il ballo, il canto, le processioni e le funzioni religiose. Repertori affascinanti. Il mio attuale interesse però è orientato verso un nuovo utilizzo delle launeddas. Da diversi anni ho iniziato un lavoro di ricerca legato alla possibilità di far produrre allo strumento suoni diversi da quelli tradizionali. Ho considerato le launeddas come un qualunque altro strumento musicale di estrazione colta, con i quali nel passato questi percorsi esplorativi sono già stati compiuti, per andare a scoprire un innumerevole numero di tecniche innovative, e quindi una serie di nuovi suoni, differenti dalla tradizione. Questo lavoro poi è cresciuto sino a svilupparsi nel progetto THE NEW LAUNEDDAS, che per il 1999 si realizzerà tra novembre e dicembre, con un convegno, un concerto, la stampa di una pubblicazione con CD audio allegato, per la parte finanziata dal Comune di Cagliari - Assessorato alla cultura, e con conferenze nelle province di Nuoro, Sassari ed Oristano, un seminario sulle launeddas ed una mostra di strumenti innovativi, progetti per nuovi strumenti, sculture sonore ed installazioni, per la parte finanziata dalla Regione Autonoma della Sardegna. Credo che il progetto THE NEW LAUNEDDAS, per la sostanziale innovazione che propone nel settore della musica tradizionale e dell'arte contemporanea, visto anche il notevole interesse riscontrato oltre i confini isolani, sia la punta di un iceberg che ci fa supporre quali ricchezze ancor maggiori si possano nascondere nello straordinario mondo degli strumenti musicali sardi.

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7) Puoi spiegare brevemente in che consiste la tua attività di sperimentazione musicale?

Spesso attingo dall'immenso patrimonio etnomusicale isolano. D'altronde in ogni epoca storica i compositori, nelle loro creazioni musicali, hanno usato materiali musicali popolari ed in Sardegna questo patrimonio, forse per la sua condizione di insularità, si è preservato più a lungo che in altre regioni. Effettuo percorsi paralleli di sperimentazione e ricerca. Uno di questi è sfociato in un lavoro musicale che si chiama MEDITERRANEA, fortemente legato al ritmo, alla melodia e alle cosiddette contaminazioni, commistioni di diversi generi musicali come l'etnico, il jazz e la musica cameristica. Un altro percorso invece è segnato dal timbro, dalle possibilità di variazione timbrica degli strumenti tradizionali sardi, dalle differenti ed innovative possibilità esecutive. In questa fase di THE NEW LAUNEDDAS, presenterò una parte della mia ricerca, concentrandomi quasi esclusivamente sui nuovi suoni producibili con uno strumento tradizionale, non modificato. La maggior parte delle musiche che ho registrato, per il CD da allegare al Catalogo dei suoni, non sono altro che delle esplorazioni, delle avventure in certi ambiti sonori, un po’ come le improvvisazioni del jazzista, che ha un tema e lo esplora, lo fa suo, lo declina in tante versioni in maniera estemporanea.

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8) A questo proposito tu hai fatto un accostamento singolare: ti sei paragonato ad un surfista. Vuoi chiarire meglio?

Perché il surfista? Perché ha a che fare con gli elementi naturali - mare e vento - e momento dopo momento deve adeguarvi la propria forza, la propria energia ed in maniera sensibile le proprie capacità. Deve misurarsi con questi elementi ma deve anche assecondarli. Lo stesso ho fatto io: cioè ho sondato e seguito quello che lo strumento mi suggeriva. Certe volte iniziavo una esplorazione con l'intenzione di fare un percorso e invece mi ritrovavo a seguire altre sollecitazioni, quindi un altro percorso, magari scoprendo tecniche nuove.

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9) D'altronde non è inconsueto che anche il fattore della casualità si inserisca nella creazione artistica …

Certo, il fattore casualità è presente nella creazione artistica. Però è l'artista che attraverso la sua sensibilità e competenza deve riconoscere quell'attimo fuggente. Mi capita spesso nelle esecuzioni musicali ed anche nel processo compositivo … Ultimamente mi è capitato un fatto curioso, questa volta a livello di sensazione, legato anch'esso ad un fatto casuale, che mi ha dato da riflettere. Io l'ho chiamato "del numero dieci" e mi sembra che esprima la mia avventura solitaria, il mio rapporto con lo strumento fino ad arrivare ad una relazione strettissima con esso. Ero in fase di registrazione dei nuovi suoni per le launeddas. Alla fine delle esplorazioni che andavo a completare, registrandole, dopo una esplorazione secondo me riuscita meglio, avevo l'esigenza di contrassegnare ciascuna canna o strumento intero con il quale avevo realizzato la stessa, con un numero. Arrivato al numero dieci, scrissi frettolosamente su un pezzo di etichetta adesiva una piccola e semplice asta seguita da uno zero. Subito dopo l'occhio cadde naturalmente su quanto avevo scritto, e nel rileggere la numerazione per controllarla, lessi: "IO". Questo mi sorprese perché quei numeri si erano caricati di un differente significato. In questo modo lo strumento aveva come assunto una personalità, da oggetto inanimato, attraverso quel fumetto appiccicato sulla canna, diventava individuo. Sembrava che volesse articolare una frase: "Io …, io…, io sono … io suono, io produco questi nuovi suoni". Mi diceva: "Guarda che non sei tu che stai inventando, che mi stai forzando a produrre questi suoni, ma sono io a poterli produrre". Insomma era come se lo strumento mi parlasse e mi dicesse delle cose per me molto importanti. Cosicché, da quel momento si è stabilito un rapporto particolare, di scambio, fra me e lo strumento. Personalmente questo fatto l'ho vissuto come una sorta di avallo da parte dello strumento, come un'indicazione a proseguire nella mia ricerca.

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10) Perché hai bisogno di contrassegnare i tuoi strumenti con dei numeri?

Be', launeddas è un termine generico. Infatti esistono diversi tipi di launeddas, ognuno dei quali può produrre una serie di differenti note ed ogni diverso tipo di launeddas, mediana, mediana a pipia, fiorassiu, punt'e organu, ispinellu, ecc.. può essere tagliato in diverse "tonalità". Purtroppo (o per fortuna?… …sarebbe interessante approfondire questo discorso legato alla standardizzazione della qualità nella costruzione…) non esiste uno standard costruttivo per cui si possano trovare, che so, due ance di una stessa canna, ma costruite da due diversi costruttori, con la stessa lunghezza, larghezza, diametro esterno, che rispondano nello stesso modo alla pressione del fiato del suonatore, in modo tale da poterle sostituire, laddove ci sia bisogno. Senza una tecnica di costruzione standard ogni strumento è unico. E questo ha un notevole peso nella ricerca che sto realizzando. Spesso i suoni che io cerco non hanno nulla a che fare con la tradizione: per esempio io immetto il fiato nello strumento in maniera delicata, in modo da non mettere in vibrazione le ance, che altrimenti produrrebbero il suono tradizionale. Ora, tra il "livello zero" e il "livello suono tradizionale", c'è tutta una gamma di sonorità che sto catalogando. Con singole canne è possibile produrre anche più suoni contemporaneamente. Ogni strumento, suonato con tecniche innovative, ha una sua risposta per il motivo accennato sopra: la mancanza di uno standard costruttivo. Perciò nel caso volessi rieseguire una esplorazione, un brano musicale dove utilizzo nuovi suoni, meglio realizzabili con un determinato strumento, ho bisogno di ritrovare proprio quello strumento. Ciò mi è permesso attraverso una semplice numerazione degli strumenti con i quali svolgo la mia ricerca e le mie esplorazioni.

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11) Come pensi verrà accolto questo modo anomalo di utilizzare uno strumento così legato alla tradizione?

Le launeddas ed il loro repertorio tradizionale hanno un notevolissimo carico di tradizione, di memoria. E l'ascoltatore automaticamente lega quel suono, quelle musiche così codificate alla Sardegna. Ecco, io voglio rompere questa sclerotizzazione, usando lo strumento in modo inedito, anche per giocare. Per esempio in DONALD DUCK, una esplorazione musicale registrata per il CD, uso una sola parte del tumbu… ci gioco, in pratica ci "spernacchio" dentro, e così, in quel frammento, i suoni ricordano la vocina di Paperino. So benissimo che mi esporrò a critiche severe. In altri pezzi produco dei suoni molto penetranti, come alcuni suoni multifonici eseguibili con singole canne, oppure come gli effetti di battimenti fra due suoni. Io li chiamo suoni-sasso. E' come se tirassi un sasso in testa all'ascoltatore… …che si aspetta il "solito" suono dalle launeddas. Insomma un suono-sasso è qualcosa che non si può far finta che non ci sia. Nell'esecuzione di un altro brano musicale, (S)PEZZO, ho previsto di rompere uno strumento, del quale poi continuerò a suonarne singole parti…

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12) Perché lo romperai?

La rottura di uno strumento musicale perfettamente funzionante, sarà per me un atto molto doloroso. Vuole essere chiaramente una provocazione, un forte gesto di separazione col passato e con la tradizione. Devo dire che la rottura dello strumento durante l'ultimo brano musicale di EXPLORA è pensata come evento unico, ovvero da effettuare solo nella prima esecuzione; nel caso di successive esecuzioni si potrebbe fingere di romperlo e contemporaneamente proiettare le immagini dell'azione reale, video filmata durante la prima esecuzione assoluta. Credo però che questo gesto possa assumere soprattutto un significato di amore verso le launeddas: con questa mia ricerca sto scavando, sto andando dentro la materia sonora; la rompo perché voglio conoscerla meglio. Molti suonatori e cultori dello strumento, tradizionalmente inteso ed usato, rifiuteranno completamente queste motivazioni e forse in generale anche i nuovi suoni. Ma ho fiducia che altre persone, senza posizioni pregiudiziali, si avvicineranno con curiosità e interesse verso questi nuovi modi di usare le launeddas.

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13) Sei il primo ad aver intrapreso questa ricerca, nell'ambito di quel più ampio settore di impiego di questo strumento, quello cioè della cosiddetta "musica etnica"?

Credo che sin dalla notte dei tempi ogni suonatore di launeddas abbia svolto il suo lavoro, realizzato la sua piccola o grande ricerca, aggiungendo così un nuovo tassello al mosaico della strada millenaria compiuta dalle launeddas. La tradizione è sempre stata materia fluida in evoluzione, in perenne cambiamento. Mi infastidisce chi fotografando il repertorio di un momento storico, sia esso musicale che di altri settori, lo ripropone come inamovibile TRADIZIONE. Capisco e apprezzo chi studia la tradizione legata ad un momento storico, ma non chi ci presenta la stessa, magari riferita ad usi e costumi del '600, '700 o '800, spacciandola per tradizione odierna. Per me la tradizione OGGI significa l'utilizzo di elementi tradizionali attraverso un linguaggio contemporaneo. Sia chiaro, non voglio assolutamente negare la legittimità degli altri percorsi. Voglio solo dire che questo è un mio percorso di ricerca, in cui faccio uso di diverse tecniche - per esempio pizzicando le ance, aspirando l'aria dalla parte terminale dello strumento, oppure percuotendolo, battendolo, sfregandolo, usandolo con tecniche di altri strumenti musicali - per ottenere tutta una gamma di suoni sino ad oggi non ancora utilizzate sulle launeddas.

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